Il 2 luglio presso l'Università di Ferrara ho conseguito una laurea in "Comunicazione Pubblica della Cultura e delle Arti

Condividi questo articolo
FaceBook  Twitter  

Relatore: il prof. Giuseppe SCANDURRA
Presidente: prof. Daniele SERAGNOLI
Commissione: prof. Matteo Provasi, prof. Andrea Baravelli, prof.ssa Serena Querzoli

La discussione della tesi è partita da questa affermazione:

Il rosso è considerato il colore originario, apicale,
il rosso è il primo colore dell’arcobaleno,
il rosso è il primo colore percepito dai neonati,
il rosso è la prima esperienza cognitiva dell’uomo che si fa uomo.

«Nuovi significati nell’uso dei colori globalizzati»
Il colore è il primo codice di comunicazione nelle esperienze sul campo etnografico. È il primo formulario nella comunicazione dei significati, prima ancora della parola, prima ancora dei testi scritti. I colori sono l’idioma che la natura vivente ci comunica obbligandoci a comprendere ciò che dice e, se è pur vero che la percezione cromatica avviene all’interno del complesso apparato visivo, la sua lettura è prevalentemente mentale, immaginifica, simbolica.
Per millenni la vita dell’uomo è stata regolata dall’alternarsi della luce al buio portando con se l’impossibilità di vedere e, conseguentemente, un immobilismo forzato, una pausa quotidiana obbligata priva delle suggestioni governate dal raziocinio della mente. 

Un territorio dove il sonno si colora comandato solo dai sogni e, a loro volta, governati da visioni ancora tutte da indagare.
Buio che solo culturalmente si può dire “color nero”, luce che solo nelle rappresentazioni iconografiche si dipinge di “color bianco”.
È da questa dicotomia che attraverso la consapevolezza delle sensazioni ci si arricchisce di una sterminata gamma intermedia di tonalità cromatiche che a loro volta non sono scindibili da percezioni di significati dinamici.
La tesi nasce dall’elenco mai completo dei valori che si attribuiscono ai colori in una sequenza in continuo aggiornamento fra novità tecnologiche e contaminazioni culturali.
Nel primo capitolo viene approfondito l’uso culturale e il significato cognitivo del colore. Attraverso la sua percezione si attribuiscono simbologie condivise utili all’individuazione di linguaggi propri, di schemi definiti. Le origini del significato dei colori si possono rintracciare sia nei pittogrammi delle caverne dell’Uomo di Neanderthal, così come nei simbolismi degli antichi Egizi.
Tuttavia è nella pittura vascolare greca che trova applicazione una prima teoria sui colori ad opera di Empedocle che associava ai quattro colori considerati primari, nero, bianco, rosso, giallo ocra, i quattro elementi naturali essenziali, fuoco, acqua, aria e terra.
È nei mutamenti antropologico-culturali che il significato immaginale del colore trova sempre maggiori significati.
Attraverso esperienze dirette, sensoriali, i cromonimi arricchiscono di espressioni linguistiche i vocabolari trovando conferma nella realtà e allo stesso tempo stimolo per nuove metafore di significati, ampliando di simbologie i saperi autoctoni.
Non potrebbe essere diversamente visto che la definizione simbolica dei colori non ha carattere universale.
Le credenze, i valori, i simboli legati alle cromie e alle loro interpretazioni variano in tutto il globo in quanto prodotti culturali che dalla natura traggono ispirazione e conferma specifica.
Il colore nei miti e nei culti in ogni parte del mondo non sono casuali. Il nero, il bianco e il rosso hanno sempre valore primigenio, originario, dal forte sapore istintivo in lotta perenne contro l’oscurità utilizzando il potere energetico per il sostentamento e la sopravvivenza.
Ogni popolo ha attribuito nuovi significati ai colori attraverso traversie, sventure, ricchezze o fortune, percorrendo il proprio cammino nei secoli tanto stanziale quanto meticciato o itinerante.
Nel secondo capitolo, seguendo le vorticose innovazioni tecnologiche, la tesi ripercorre i passaggi storici più recenti che hanno condotto il colore dalla sua fisicità ad una metafisicità che lo ha trasformato da prodotto di mescolanze naturali governate da fenomeni chimici, a elemento virtuale completamente digitalizzato e teletrasportabile.
In contrapposizione alle sperimentazioni di Isaac Newton, Johann von Goethe in un saggio del 1810, teorizzava quanto i maestri del colore, Vincent Van Gogh in testa realizzeranno nella seconda metà dell’800. Nel corposo epistolario Van Gogh scriveva al fratello Theo:
“Mentre dipingo sento in me una potenza coloristica che prima non possedevo, una cosa forte di vasta portata. Considero l’eseguire dei bozzetti una semina, e il fare dei quadri un raccolto”.
Quelle espressività sconvolgenti apriranno la strada alla teoria di Johannes Itten che nel 1920 insegnava agli allievi della scuola del Bauhaus a liberare la creatività di una forma colorata in una ascetica energia, simbolicamente ai confini della spiritualità.
Tuttavia quasi in contemporanea si passava dai dipinti su tela, alla realtà “catturata” con la “magia” della dagherrotipia.
Nel 1839 il primo procedimento fotografico condurrà alla mescolanza additiva ottenendo una rappresentazione policroma della realtà.
I fratelli Lumière nel 1903 con il primo cinema trasformeranno delle fotografie statiche in sequenze dinamiche e la pellicola fotografica invertibile condurrà poi al cinema a colori e successivamente alla televisione.
La prima scala di colori fu istituita nel 1925 nella Repubblica di Weimar ed è ancor oggi usata nell’ambito del disegno industriale con l’acronimo di RAL, Reichsausschuss für Lieferbedingungen.
Per rintracciare le prime forme universalmente codificate di colore occorre attendere che la Commission Internationale de l’Éclairage nel 1931 descriva il modello additivo RGB.
La codificazione globalizzata del colore si afferma stabilmente attraverso la sintesi sottrattiva, CMYK, come metodo di stampa più diffuso al mondo affiancato poi dalla scala di progettazione cromatica Pantone inventata negli anni ‘50. È tuttavia con l’avvento della computerizzazione di massa che i pixel diventano l’unità di misura minima puntiforme che compone la rappresentazione delle immagini “raster” digitalizzate sugli schermi di televisori, computer, tablet, cellulari e smartphone.
Il software di elaborazione più utilizzato è Photoshop la cui prima versione risale al 1990 ad opera dei fratelli Knoll.
Nel terzo capitolo si approfondisce il tema del colore come appartenente sia all’aspetto biologico che a quello culturale, un ponte fra natura e cultura, uno strumento biunivoco utile alla narrazione etnologica.
Nelle nuove mappe urbane invase dalle immagini universalmente in alta risoluzione, avanzano nuovi colori fisici a confronto con i nuovi colori virtuali dai significati sempre più globalizzati.
Una sorta di deterritorializzazione del colore di origine chimico/naturale a favore del colore digitale frutto di codificazioni sempre più spinte nelle produzioni di merci e di linguaggi che tuttavia portano in sé ancora parte dei significati culturali delle origini.
Sia luminoso e imponente, sia muto o sordo, il colore è il fattore per eccellenza nella creazione di un’immagine, di un prodotto o di una ambientazione.
Nelle conclusioni, gli interrogativi sui nuovi significati del colore ad opera dei nativi globalizzati portano a chiedersi, in un mondo sempre più liquido e dai confini culturali in costante trasformazione, se ci si debba aspettare un uso più semplice del colore, piuttosto che una sua banale semplificazione.
In definitiva pare opportuno chiedersi se il colore virtuale globalizzato potrà essere ancora un’occasione di esperienze ancestrali. Vale la pena indagare la materia partendo da alcuni interrogativi ineludibili.
L’imponente disponibilità di scelte cromatiche ci condurranno ad uno spaesamento cromatico?
Che ne sarà dell’identità e delle differenze culturali che si esprimono attraverso il colore nei luoghi in cui viviamo?
Che funzioni svolgeranno le percezioni cromatiche dovute alla contaminazione con le nuove cittadinanze?
Chissà se un Vincent Van Gogh dell’oggi potrebbe inviare una e-mail al fratello Theo esprimendosi ancora con quelle stesse parole:
«Il problema... stava nell’ottenere la profondità del colore, l’enorme forza e solidità di quel terreno e mentre dipingevo mi accorsi per la prima volta di quanta luce ci fosse ancora in quel crepuscolo...
Ti descrivo la natura; ... so di essere rimasto colpito dall’armonia di verde, rosso, giallo, nero, azzurro, marrone e grigio.
Mentre lo dipingevo mi dicevo: non devo andarmene prima che ci sia in esso qualcosa di una serata d’autunno, qualcosa di misterioso, qualcosa di serio.
Vedi che c’è un effetto di biondo, di tenero nello schizzo delle dune, mentre nel bosco c’è una tonalità più triste e seria».

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Informazioni aggiuntive