Nonostante le sue gravi criticità ambientali Brescia non è la terra dei fuochi

Condividi questo articolo
FaceBook  Twitter  

Domenica 8 Marzo, 2015 Massimo Tedeschi ha scritto un fondo sulle criticità ambientali di Brescia e provincia con argometazioni più che condivisibili. Lo pubblico sul mio blog per gentile autorizzazione del Corriere della Sera.

Ma Brescia non è la terra dei fuochi

Sarà il gusto delle frasi a effetto, il piacere delle sentenze spicce, la propensione verso una certa rivalsa sudista: fatto sta che su media rispettabili e nei giudizi di autorevolissimi osservatori comincia a ricorrere sempre più spesso la definizione di Brescia come «terra dei fuochi del nord».
Vivremmo dunque, noi bresciani, in un concentrato di inquinamento, illegalità ambientale e disastri ecologici tale da far concorrenza alla culla di «Gomorra».
Ora, senza cadere in un semplice spirito campanilistico, va detto che un simile accostamento ha in sé qualcosa di lunare, o meglio ancora di surreale.

Con tutto il rispetto che meritano i cittadini e i territori del Meridione, converrà ripetere ad alta voce che Passirano non è Caivano, Montichiari non è Succivo, la Franciacorta non è l’agro nocerino-sarnese.
Luoghi dove la dispersione e la combustione di rifiuti urbani e industriali a cielo aperto, l’accumulo di ecoballe incombuste, l’esportazione onerosa di immondizia verso il Nord Europa ha assunto dimensioni babeliche, degne di uno scandalo di proporzione continentale, tanto da attirare l’allarme e le sanzioni dell’Ue.
Ci sentiamo tanto più titolati a respingere l’associazione di Brescia a una simile realtà, a bocciare il giudizio sintetico di «terra dei fuochi del nord», quanto più queste pagine si sono distinte (e si distingueranno) per un’analisi rigorosa, puntuale, senza sconti, sulle diverse emergenze ambientali che pure caratterizzano la nostra provincia, che meritano una vigilanza costante.
Certo, la storia non si cancella. Brescia paga un pedaggio alto, in termini di costi ambientali, all’industrializzazione della prima metà del Novecento imperniata su industrie pesanti (metallurgiche e chimiche).
Sconta gli effetti del produttivismo arrembante degli anni del boom, che si è dispiegato in un totale vuoto eco-normativo. Paga il prezzo di un trentennio di bulimia costruttiva (più case, più strade, quindi più sabbia, più cave, e più buchi nella campagna e più massicciate da colmare).
Ma se la denuncia delle tante situazioni di inquinamento è così puntuale, e argomentata, e ascoltata, è perché qui la rete dei controlli pubblici ha una sua efficacia, i comitati di cittadini rappresentano sentinelle vigili e non addomesticabili, la coscienza ecologica sta mettendo radici vaste e profonde.
Accostare Brescia alla terra dei fuochi, infine, significa non vedere i progressi che qui, e proprio qui, sta compiendo il lavoro per rendere compatibili con l’ambiente le funzioni e le attività di una moderna società industriale.
È vero, Montichiari è il paese con il record di discariche (14 fra attive e chiuse, per 11 milioni di metri cubi stoccati) ma fino a prova contraria quelle discariche sono state gestite a norma di legge, anzi qui c’è il primo caso di discarica con certificato Emas, e qui è nato un sistema di tele-rilevazione delle sorgenti di molestie olfattive esportato nel mondo.
È vero, a Brescia operano 13 acciaierie che trattano rottame e producono il 35% dell’acciaio nazionale, ma qui è nato il consorzio Ramet che ha portato gli associati a ridurre del 70% le emissioni di polveri e diossine.
È vero, abbiamo l’inceneritore più grande d’Italia, ma le sue emissioni di diossine sono 100 volte inferiori ai limiti di legge, e le diossine emesse in un anno sono equiparabili a mezzo chicco di riso, esattamente quanto producono un paio di roghi di materie plastiche nella terra dei fuochi (che, per inciso, ha fatto ricorso a tecnici e know how bresciani per far funzionare l’inceneritore di Acerra).
È vero, abbiamo problemi di inquinamento della falda idrica superficiale, ma la Loggia e A2A hanno adottato un sistema di abbattimento del cromo esavalente nell’acqua potabile che sta già diventando un punto di riferimento a livello nazionale.
È vero, scelte urbanistiche del passato (portare le tangenziali in città) creano oggi problemi per le polveri sottili, ma siamo la prima città teleriscaldata d’Italia (che ha spento migliaia di caldaie a nafta) e il dipartimento di Ingegneria ha elaborato un modello di riduzione dell’inquinamento urbano premiato dall’Ue e applicato in Europa.
È vero, ci sono attività non delocalizzabili, ma in provincia c’è la prima grande acciaieria italiana che abbia ottenuto un certificato Emas, e un cementificio ha ridotto del 70 per cento l’emissione di polveri sottili e ossidi di azoto con un investimento da 150 milioni.
Se il governo manterrà la promessa di stanziare qui 50 milioni, diventeremo un laboratorio del disinquinamento dei terreni inzuppati da Pcb. Bastano (e avanzano, crediamo) questi elementi per confermare che Brescia non è la terra dei fuochi.
Certo, qui si gioca una sfida che lega salute, modelli di sviluppo, occupazione, qualità della vita. Una sfida che riguarda tutta l’Europa. E in cui Brescia, proprio Brescia, sta ottenendo risultati esemplari.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Informazioni aggiuntive