La Caffaro e la distanza con l'Alabama

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Riccardo Montagnoli scrive un bel articolo che gentilmente mi autorizza a pubblicare.

Ha suscitato scalpore la trasmissione televisiva Linea diretta del 31 marzo, dedicata tra l’altro alla vicenda Caffaro.
Avendo preso parte ad alcune fasi della vicenda giudiziaria, credo sia opportuno fornire alcune precisazioni in merito. Nel sottolineare l’analogia tra la vicenda bresciana e quella di Anniston, cittadina dell’Alabama dove pure la produzione di PCB ha provocato conseguenze ambientali e sanitarie simili a quelle prodotte dalla Caffaro, il conduttore del programma ha voluto rimarcare la differenza tra le due vicende sotto il profilo giudiziario: mentre in Alabama i cittadini hanno fatto causa alla Monsanto (la multinazionale che produceva il PCB), da noi “il processo non si è fatto”, “la Caffaro è fallita” epertanto “nessuno potrà ottenere il risarcimento per gli ingenti danni

arrecati” (affermazioni fatte in diversi momenti nel corso del programma); non solo, ma si è avuta l’impressione che il conduttore attribuisse principalmente al Comune di Brescia la responsabilità di non essersi attivato a sufficienza, omettendo di costituirsi parte civile nel processo penale sfociato in un’archiviazione. Questa tesi è infondata, come cercherò di spiegare in estrema sintesi.
Curiosamente nel confrontare le due vicende giudiziarie è sfuggita al conduttore la differenza più significativa: quella dell’Alabama è stata una causa civile promossa dai cittadini contro la Monsanto, mentre quello cui faceva riferimento riguardo a Brescia era un procedimento penale. La dimenticanza mi pare tutt’altro che casuale e conferma la diffusa tendenza nazionale a ravvisare nello strumento giudiziario penale la sola via per risolvere qualsiasi problema personale, sociale, economico, politico, ambientale, etc.. In realtà nulla avrebbe impedito anche ai cittadini bresciani di avviare una causa nei confronti della Caffaro per chiedere di essere risarciti dei danni alla salute; anzi mi risulta che qualcuno l’abbia anche fatto, anche se ne ignoro l’esito.
Trovo del tutto ingiusto addossare al Comune di Brescia la responsabilità di un’inerzia che oggettivamente c’è stata, ma ha altri responsabili. Il Comune si è effettivamente attivato per porre rimedio alla situazione: ha adottato, con l’ausilio di ASL e ARPA, le prime iniziative concrete per ridurre il pericolo e per avviare il procedimento di bonifica; e con i suoi legali ha difeso dinanzi al TAR non solo le ordinanze del sindaco, ma anche i decreti del Ministero dell’ambiente che ordinavano ai responsabili della Caffaro la messa in sicurezza d’emergenza del sito.
A questo proposito, è curioso che si sia sorvolato su un altro e più significativo aspetto della vicenda americana: una signora, esponente di un’agenzia per l’ambiente, ha spiegato come la Monsanto sia stata costretta in via amministrativa ad abbandonare la produzione nociva e ad adottare le ulteriori misure necessarie per la bonifica del sito inquinato, anche se questa durerà assai a lungo. Anche in Italia, la bonifica non dipende dal giudice penale, ma da una decisione amministrativa: nel caso della Caffaro, trattandosi di un sito di bonifica di interesse nazionale, il relativo potere spetta al Ministero dell’ambiente, che lo esercita dopo aver consultato gli altri enti ed amministrazioni interessati. Tuttavia il Ministero non può imporre sanzioni paragonabili a quelle di cui parlava la signora americana per imporre l’osservanza dei suoi provvedimenti ed è privo di strutture periferiche, ciò che rende difficile controllare un’attività che necessariamente si svolge sul territorio come quella di bonifica.
Dovrebbe a questo punto essere chiaro che la mancata costituzione di parte civile o, più correttamente, il mancato intervento quale persona offesa del Comune nel procedimento penale non ha avuto alcuna rilevanza rispetto alla possibilità di risolvere il problema della Caffaro. Se il processo non si è fatto (tecnicamente c’è stata nel giugno 2010 un’ordinanza di archiviazione, cioè il pubblico ministero non ha neppure chiesto il rinvio a giudizio di alcuno), è stato perché l’ipotesi di reato su cui si è mossa la Procura della Repubblica era ampiamente prescritta: era infatti stato ipotizzato un disastro ambientale causato dalla produzione di sostanze che provocavano lo sversamento del PCB nel sottosuolo, ma come è stato chiarito anche nel corso della trasmissione la produzione stessa era cessata a metà degli anni Ottanta e quindi al momento di avviare l’indagine erano trascorsi già oltre quindici anni dalla cessazione di quella condotta (anche di questo gli autori della trasmissione erano al corrente). Peraltro, su iniziativa di Legambiente, il Giudice per le indagini preliminari ordinò la restituzione degli atti al pubblico ministero affinché indagasse su una diversa condotta ugualmente pregiudizievole e certamente non prescritta, anzi tuttora in corso: la mancata adozione delle misure di messa in sicurezza d’emergenza ordinate dal Ministero dell’ambiente, a causa della quale ancor oggi le sostanze presenti nel sottosuolo dello stabilimento defluiscono verso sud, allargando progressivamente l’area inquinata. E’ notizia di questi giorni che la Procura della Repubblica si stia muovendo in questa direzione di indagine.
Naturalmente quanto esposto nulla toglie all’estrema gravità della situazione: credo tuttavia che il primo passo da compiere, oltre a chiarire i perduranti dubbi sulle conseguenze epidemiologiche dell’inquinamento, sia individuare i punti effettivamente critici dell’iter della bonifica ed individuare le soluzioni per superarli. Il primo è senza dubbio costituito dall’ingente costo degli interventi, il cui onere dovrà essere anticipato dalle amministrazioni pubbliche e ben difficilmente potrà essere recuperato nei confronti della Caffaro, ormai fallita, o di altri eventuali responsabili. Il secondo è costituito a mio avviso dall’opportunità di decentrare o almeno delegare l’esercizio dei poteri amministrativi ad enti territorialmente più vicini al sito inquinato.

avv. Riccardo Montagnoli

 

 

 

 

Commenti   

 
#6 Bella04 2017-11-13 18:21
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#4 Filippo Ronchi 2013-04-09 00:17
L'unico insegnamento che si può trarre da questa tristissima vicenda è che il Comune deve cominciare a muoversi da solo per cominciare con quel che ha a disposizione la bonifica, se aspetta i soldi dal ministero dell' Ambiente quanti anni si perdono ancora? Sembra che almeno Del Bono questo l' abbia capito, il "bresciano buono" proprio no.
 
 
#3 Lorenza Frusca 2013-04-09 00:15
Quindi? Dobbiamo sperare in una legge approvata da un parlamento inesistente che dia maggiori poteri ad un ministero il cui potere d'azione è soffocato da barocchissimi passaggi burocratesi? MAh...
 
 
#2 Alda Widmer 2013-04-08 23:36
L'articolo è interessante ma, come al solito, nel tentativo di "assolutamente" rispettare le leggi, si è del tutto dimenticato l'argomento base... la salute dei cittadini!
 
 
#1 Guglielmo Loffredi 2013-04-08 23:34
Ho letto l’articolo che sicuramente spiega molto bene la drammatica vicenda. Vorrei utilizzare la parola “responsabilità ” oltre il significato penale a cui spesso viene associata, che l’articolo richiama.
Dall’etimologia del termine possiamo ricavare che ha la responsabilità, nello specifico, chi si occupa della cosa pubblica di dare risposte, che non significa necessariamente l’obbligo di trovare soluzioni, ma quanto umanamente di avvicinarle il più possibile. Si tratta di mantenere l’impegno civile, etico, di dare risposte, sempre e continuamente, anche quando non si sono domande. Apparentemente sembra un paradosso dare risposte senza che vengano formulate domande. Ma la funzione pubblica- sociale implica, secondo me, nell’esercizio degli interessi collettivi questo esercizio continuo: informare, tutelare. In altri termini è un lavoro di cura non della singola persona ma della collettività.
Penso che la responsabilità debba essere un attributo necessario dei nostri pensieri, e delle azioni conseguenti che ne derivano, soprattutto quando abbiamo un incarico pubblico. La responsabilità, deve sostenere le nostre scelte tenendo conto dell'alterità, non solo dell'altro che ci vive accanto ma anche di chi ci succederà nel tempo. Per cui penso che i cittadini riguardo la vicenda Caffaro, e non solo, andavano aiutati da chi li ha rappresentati in questi ultimi vent’anni a comprendere la necessità di costituirsi, loro cittadini, parte civile contro la Caffaro, per ottenere i dovuti risarcimenti, se non erano possibili altre soluzioni.
 

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